LE RADICI DELL'OZIO diario di un medico
"diventiamo medici perché abbiamo bisogno d'aiuto, e diventiamo buoni medici perché abbiamo ricevuto l'aiuto di cui avevamo bisogno"
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Epi
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Nel mare dell'anima, uno specchio
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niente lieto fine
Nulla che mi basti, nulla che mi guasti
Questo qui mangia i pasti di Comida!
Se non trovi quel che vorresti leggere, cerca qui
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Sogni alimentari da Boston (ex Trento , ex Amsterdam...): Comida de mama
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BUONE E CATTIVE NUOVE
Vi aggiorno su quanto succede nel mio mondo piccolo.
Vedete, il fatto è che non ho molta voglia di scrivere e forse mi capirete.
Biagio, chiamiamolo così, ha un cancro al polmone veloce come un treno ed è ricoverato dal giorno prima di Natale. Ha una nipotina piccolissima con due occhi blù grandissimi, ha capito che sta per morire ed è in un certo senso in pace con il mondo. E’ sempre stato un omone forte come un bue, uno di quelli che sollevano un armadio da soli e te lo portano su per le scale al quarto piano. Il suo cancro ha preso da lui: l’ha colpito con la forza di, non so di cosa. Terribile.
Il Pescatore è terrorizzato. Come mi ha detto schiettamente se la sta facendo sotto dalla fifa. Domani fa la broncoscopia con la biopsia. Credo che sarà uno squamocellulare, dall’aspetto che aveva alla TAC. Probabilmente si farà una chemio al cisplatino. Sto pensando di contattare il nostro, anzi la nostra consulente psichiatra perchè, nonostante il suo coraggio, o forse proprio per quello, avrà bisogno di sostegno. Questa gente che non è capace di raccontarsi delle bugie soffre più dell’altra.
Hélène deve aver fatto la chemio oggi. Non mi ha chiamato, ma questo non vuol dire che vada tutto bene: lei chiama quando non ne può più, quindi abbiamo ampi margini per preoccuparci....
Ho visto due donne incinte, splendide e radiose. Che siano benedette le donne incinte! Una è all’inizio, l’altra partorisce fra due mesi. Nuovi clienti per la pediatra.
Mi sono fermata a casa di una ragazza ex- anoressica (ma le anoressiche diventano mai ex?) per chiederle come sta. Bene, pare.
Sono passata dalla moglie di, come lo chiamiamo, Ermes? Ho visto gli esami, sono buoni, ma le ho detto forse qualcosa di sbagliato, perché andandomene ho visto che tratteneva malamente le lacrime. Lui ha un cancro al fegato. E’ uno degli uomini più buoni che io conosca. Una mia amica dice sempre: accidenti, io avrei una bella lista, lunga anche, di tutti quelli che secondo me dovrebbero morire ieri piuttosto che oggi. Possibile che Domineddio peschi sempre da una lista diversa dalla mia?
Ho cucinato e mangiato e poi mangiato e cucinato. E’ stato divertente, ma sono ingrassata ed ho paura di pesarmi. Dopo l’Epifania, classicamente, dieta!
Intanto domani viene da ma mia zia per avere istruzioni dettagliate e dimostrazione pratica sulla panificazione. Proverò, ma non imparerà mai. La verità è che non gliene importa nulla del pane e lui si risente. Gli piace essere amato almeno quanto gli piace sognare.
Tanti sogni e tanto amore a tutti.
Vostra Capsicum
CERTAME
La gente usciva di casa prima dell’imbrunire nelle lunghe giornate d’estate, ognuno portando la propria sedia, per le strade spazzate accuratamente dalle massaie e innaffiate con l’acqua sparsa a manate dai secchi per impedire alla polvere di levarsi, e per rinfrescare il suolo.
Il sagrato della chiesa era un terrapieno pavimentato cinque gradini più alto della restante piazza, in mezzo alla quale torreggiava il palco quadrato, di legno, circondato da un corrimano.
I posti sul sagrato, in prima fila, erano i più ambiti e presto occupati. Ognuno saldamente assiso nel proprio quadrato di spazio, si ingannava il tempo con chiacchiere amabili ed infinite. Parecchie donne si portavano un lavoro da continuare, testimoni della propria convinzione che tenere le mani ferme in grembo fosse una pratica immorale.
Ah, l’invidia per quegli appassionati, sempre presenti ad ogni gara, disposti persino ad una trasferta! E l’insistenza con cui trattenevo gli adulti restii, ancora un minuto, ancora un poco, una strofa, un’altra! Ed i propositi: quando sarò grande non ne mancherò una. Senza sapere che tempo una decina d’anni neppure una ve ne sarebbe stata più, neanche un incontro, neanche un cantore!
De giardinu splendida venerada rosa
Sa prus chi a mei a fattu incantai
Po tui mi passu una vida penosa
Su sentidu fissu a considerai
Ses bella, distinta, cara, luminosa,
Atera no nd’appu poziu osservai
Comenti ses tui, serena, amurosa
Candu de sa menti mia nd’as’ andai?
Candu nd’as’andai de sa menti mia?
Ricca de grandesa e dignu colori
Po mei ses tui sa ver’allegria
Mandada de su Divinu Signori.
Cun su bell’odori mi donas cuntentu
Ses de follas centu cara verginella.
Cumment’una stella in giardinu risplendis
Saludi mi rendid su ti cuntemplai
( Splendida, venerata rosa di giardino
quella che più m’ha incantato:
a causa tua passo una vita penosa
con la mente assorta nel pensarti.
Sei bella, distinta, cara, luminosa,
come altra non ho veduto.
Per come sei, serena, amorosa,
Quando dalla mente mia te n’andrai?
Quando te n’andrai dai miei pensieri?
Ricca per grandezza e perfetto colore,
per me sei tu la vera felicità,
mandata dal Divino Signore.
Con il tuo profumo mi rallegri,
sei centifolia, cara verginella.
Come una stella splendi nel giardino,
mi risana il contemplarti)
Accompagnati dalla chitarra, al cospetto di una giuria, a turno cantavano la composizione preparata sul tema assegnato, facendo sfoggio di inventiva, rima, padronanza del piede, ossia della metrica, il che era la parte più difficile, su cui si incentravano le critiche degli ascoltatori: ha perso il piede, hai sentito?. no, non l’ha perso, ma ha azzoppato una parola per starci dentro! E’ come l’ averlo perso, che ti credi? Anzi peggio, che mica sta improvvisando, doveva cambiare tutta la tornata, si chiama pigrizia, oppure non è capace!
La Cantada poteva essere composta da una serie di strofe, in genere rimate e rigorosamente metriche così da potere essere cantate su accordi musicali e ritmi tradizionali; in genere si premetteva una dichiarazione iniziale (intrada) cui seguivano una serie di strofe o torradas, numerate in prima torrada, sigunda torrada, e via dicendo. La dichiarazione esplicitava il tema, spesso assegnato dalla giuria e talvolta correlato alla manifestazione o alla festività che dava occasione al certame. Le strofe potevano essere composte e cantate dallo stesso poeta oppure a turno dai concorrenti, una o più per ciascuno. Talora veniva fissato il vincolo di cominciare la prima delle proprie strofe con gli ultimi due versi cantati dal cantadori precedente: questo impediva al concorrente sleale di adattare poesie già memorizzate anziché attenersi rigorosamente all’improvvisazione, alla composizione estemporanea. Un certo repertorio veniva comunque usato e rimaneggiato, soprattutto dai meno talentosi.
Altre volte la gara prevedeva una serie di prove: prima la cantada su tema prestabilito in anticipo, quindi una su tema libero, scelto dai concorrenti. A queste due prove non improvvisate seguiva la cantada estemporanea vera e propria con interventi dei concorrenti a turno e ad eliminazione: chiaramente chi non era in grado di produrre una risposta veniva eliminato fino a giungere alla proclamazione di un vincitore.
Si vincevano dei grossi premi in denaro. Mio nonno Nostassiu cominciò a gareggiare a sedici anni e coi premi guadagnati due anni dopo acquistò il primo appalto del sughero in Barbagia e negli anni successivi diverse vigne. Era nato nel 1872, tanto per darvi un’idea dell’epoca di cui parliamo.
Un esempio di canzone costruita con introduzione e strofe : è il testamento della giovane che muore prima del ritorno del fidanzato dalla guerra.
No tengu prus coru bellu de ti scriri
A tanti patiri mi portad sa sorti
A pressi sa morti m’ad’a sepultai
De mi sepultai e’begna s’ora
Gesusu sa vida m’ad’abbreviau
Pregasiddu bellu a Nostra Signora
Pro chi mi perdonidi algunu peccau.
Candu cungedau benis de su rei
Suspirus po mei non bollu a ghettai.
Lassa su sospiru e ancora su prantu,
Lassa sa tristesa, bivi in allegria.
Una borta in s’annu beni a campusantu,
Ascurta una Missa po s’anima mia.
Un’Ave Maria arresa con coraggiu
E nara ta viaggiu chi deppemu fai
(Non ho più la gioia di scriverti,
tante sofferenze m’ha dato il destino:
fra poco la morte mi seppellirà.
E’ giunta l’ora del mio funerale,
Gesù m’ha abbreviato la vita.
Prega, mio caro, Nostra Signora
Perché mi sia perdonato ogni peccato.
Quando sarai congedato dal re
Non voglio che per me tu pianga.
Lascia il sospiro, lascia il pianto,
lascia la tristezza, vivi in allegria.
Una volta l’anno vieni al camposanto,
ascolta una Messa per l’anima mia.
Un’Ave Maria recita con coraggio,
e racconta il viaggio che avrei dovuto fare)
Prosegue per dodici strofe ed è seguita dalla risposta dell’innamorato che ha saputo della morte dell’amata:
Ita di oscura po su coru meu
Appena appu biu su sigillu in nieddu.
Non prus a Casteddu giuru de torrai.
Non prus a Casteddu, non prus andu a biri,
a unu disterru mi ndi bollu andai!
Candu ritardasta bella de mi scriri
Cussu immi fiada prusu ita penzai
De telegrafai o luminosu sprigu,
I aicci sigu a prangi e a suspirai
Suspiru po tui colomba di oru
Fiasta cara stella po sa vista mia.
Ti ndi riscattammu de manus de moru
E ti coltivammu de sendi pippia.
Finzas mamma mia postu t’iad’affettu
Ca fiast’oggettu car’e preziai
(Oggi s’è fatto buio per il mio cuore
appena ho visto il sigillo nero.
Giuro di non tornare più a Cagliari.
Mai più a Cagliari, mai più ti vedrò,
me ne vorrò andare in esilio!
Quando tardavi, o bella, nello scrivermi,
Questo mi dava da pensare
Di telegrafarti, luminoso specchio,
E così continuo a piangere e a sospirare.
Sospiro per te, colomba d’oro,
eri una stella luminosa per la mia vita.
T’avrei riscattato dalla mano del moro,
e ti coltivavo da quand’eri bimba.
Anche la mia mamma t’amava
perch'eri oggetto caro da apprezzare)
E questo è un esempio di canzone su tema. Dopo un furto in Chiesa, si festeggiava il ripristino degli arredi sacri. La cantada riepiloga il fatto e descrive in dettaglio cosa venne asportato e come, a cura delle autorità e della cittadinanza, viene solennemente riparato al danno
S’annu ottantascincu milliotuscentus
Su quattru de gennaiu s’ad’arregordai.
Raccontu su fattu con tristus lamentus
Su coru non mi bastad a ddu recitai.
Miseru, Quartu, prenu de ispaventus
Su biri sa domu de Deus oltragiai.
Su biri sa dommu de Deus oltragiada
Già ti podis nai mundu ingannadori
Sa notti is ladronis de fidi ostinada
Intranta a sa parti de su gemitoriu
Tempus provisoriu nai tenta deppi
De Santu Giuseppi giustu in za cappella
Senz’e cautella depius abasciai
Senz’e cautella nci abascianta inguni
Is vilis infamis in za propria ora
Subitu in z’istanti si sega sa funi
S’appoggianta in coddus de Nostra Signora
Vera protettora de guardia santissima
Mamma preziosissima de su Suberanu
O sacra, o santa manu depia guastai
Depia guastai senz’e pietadi
Creu chi da tenganta sa paga sigura
Si no in gusta vida in z’eternidadi
Po simili oltragiu, po simili fura.
O Deus de s’altura e ita penzais
S’in casu donais a i’gustus vittoria
Inzadus sa gloria ita bolid nai?
(L’anno ottantacinque del milleottocento
si ricorderà il quattro gennaio.
Vi racconto il fatto con tristi lamenti
Non mi basta il cuore per recitarlo.
Misero, Quartu, pieno di spavento
Nel vedere oltraggiata la casa di Dio!
Nel vedere la casa di Dio oltraggiata,
Mondo puoi dirti ingannatore!
Nottetempo i ladri senza fede
Entrano dalla porta laterale
Dovevano aver poco tempo
Senza tanti riguardi scendono
dalla cappella di S. Giuseppe
Scendono da lì senza riguardi
I vili, gli infami in quel momento
La fune si rompe all’improvviso
Cadono addosso a Nostra Signora
Vera protettrice, santissima custode
Madre preziosa del Sovrano
O sacra, o santa mano rovinata.
Rovinata senza pietà
Credo che abbiano sicura ricompensa
Se non in questa vita nell’eternità
Per un simile oltraggio, per un simile furto
O Dio dall’alto che fate?
Se date a questi la vittoria
allora la gloria che significa?
Questo infine è il dialogo tra una donna che accusa il fidanzato d’averla lasciata, mentre lui risponde giustificandosi:
Femina, intrada:
Aicci tottu ind’una tindi ses pentiu
E non as cumpriu su votu giurau
De sa voluntadi t’anti proibiu
Po essi postu menti a chi t’a cunzillau.
Su coru mi lassas de luttu bistiu
Po m’essi cun tui sposa nomenau
Su tempu chi as’ essi tui bagadiu
No istimu prusu un ateru amorau.
1 Torrada, femina:
No istimu prusu un ateru amanti
Finas chi s’amori ddu biu de foras.
Immoi no ses prusu su chi fiast’innantis
Nau ca t’anti postu in sa conca violeras
Sa stimazini e’bennia mancanti
Mancai poicciocca canosciu maneras
Mali mi operas puita m’ingannas
Mancanzias mannas no tind’appu fattu
2° torrada, omini
Nemancu un ratu abbandonau m’asi
‘Scurta e poni menti su chi nau deu
In su copru miu continu ci stasi
Chi tui ses giusta cumenti ti creu.
Sa stimazioni d’app’a perdi crasi
Si chi via ‘ a ‘ primu scisi ancora seu.
Sempiri narendi ca mi sesi sposa
De genti ìgelosa no nd’appu ascurtau.
3° torr. femina:
De genti gelosa na’ chi non d’ascurtas:
Ti creis chi tanti ndi seu sigura?
Mira no ti prandas de linguas bruttas
Ca cussas ti poninti fogu e calentura.
Sunti di e notti sempiri in seduttas
Contrarias a mei dogna impostura
E deu sa scura, trista i affligia
Prangendi sa mia sorti
I abbandonada de chini m’ad’amau
4° torr omini
Chini t’ad’amau mai t’abandonada
Aicci ti cunzillu, poni menti a mei.
Ita bolis fai sa genti arrexonada?
No siasta tanti facili a ddu crei.
Su mundu permitti meda e pagu donada
Ma chi s’inganneus proibi sa lei.
Po icussu in sei sempiri ci sesi
E non passa mesi, ne ora, ne di
Cunfirmu in su si chi si seus donaus.
(Così di colpo ti sei pentito
e non adempi al voto giurato.
Hanno cambiato la tua decisione
Ed hai ascoltato chi t’ha consigliato.
Mi lasci il cuore vestito a lutto
Io che sono stata tua fidanzata.
Ora che tu sarai signorino
Io non vorrò un altro innamorato
segue..
Non vorrò più un altro amante,
dell’amore sarò solo spettatrice.
Non sei più quel ch’eri prima
Dico che t’hanno raccontato menzogne.
L’amore è venuto a mancare,
anche se donna capisco i tuoi modi.
Mi fai del male poiché m’inganni
Non t’ho fatto gravi torti
E neppure per un po’ t’ho abbandonato.
Neppure un momento m’hai abbandonato,
Ascolta e credi a quel che dico io.
Nel cuore mio sei sempre.
Se tu sei giusta come io credo
L’amore non lo perderò mai.
Sappi che sono sempre lo stesso.
Impiego il tempo a pensare
E sempre a dire che mi sei promessa.
La gente gelosa non l’ho ascoltata.
Dici che non ascolti la gente gelosa,
ma credi ch’io ne sia così sicura?
Attento, non cibarti di malelingue
Perché ti faranno venire la febbre alta.
Sono giorno e notte sempre impegnate
A dir di me ogni impostura
Ed io, la misera, triste ed afflitta,
sto piangendo il mio destino
e abbandonata da chi m’ha amata.
Chi ti ha amata mai non t’abbandona,
questo ti dico e questo credi.
Cosa vuoi fare coi discorsi della gente?
Non essere così credulona:
il mondo promette molto e poco rende
ma la legge proibisce che c’inganniamo:
perciò sei sempre nei miei pensieri
e non passa mese, né ora, né giorno
ch'io non confermi il si che ci scambiammo)
Il mondo è cambiato, vedete? Il progresso ci ha donato la televisione....
AUGURI!!
E' NATALE, PASSATELO FELICEMENTE E IN COMPAGNIA!
Con tutti i miei auguri. Vs Capsicum
PANE
Mi piace il pane. La vetrina delle panetterie, con i pezzi appena sfornati nei canestri; lo scaffale a ripiani con le teglie infilate una sopra l’altra e, ancora bollenti, i biscotti, le offelle, le streghe, la crescente; le teglie con i bignè ancora da riempire; i pani infuocati ancora, da prendere con i guanti imbottiti ed infilare nella busta di carta, da aprire immediatamente appena tornati a casa per permettere alla pagnotta, quasi fosse viva, di “respirare”.
Mi piace tagliarlo a fette, metterlo nei cestini per portarlo in tavola e coprirlo pudicamente con un tovagliolo. Tagliare a quadrati la crescente e sistemarla intorno ed in mezzo alle fette di pane, infilare sotto un cornetto di ferrarese, che sporga come fosse un gambo di sedano croccante, che faccia capolino dal telo, occhieggiando: sono qui, vedete? Fresco e dorato.
Mi piace soprattutto fare il pane, lavoro ristoratore dei miei giorni di vacanza. Preparare la biga col lievito, poi rinfrescarla, infine impastarle attorno la massa di farina ed acqua, il sale per ultimo, nella sua casetta di lato alla fontana. E poi lavorare a lungo, meccanicamente, rilassata, con davanti a me mezz’ora libera da distrazioni, buona per pensare, ricordare, con questa cosa bianco avorio, tiepida sotto le mie mani, e sempre più elastica, sempre più liscia. Ad un certo punto sembra risponderti mentre la lavori, restituirti la pressione che le imprimi, sembra impastare lei le tue mani, farsi rotonda, farsi levigata: è pronta. Ora la sistemi nel suo lettino, la involgi accuratamente nella sua coperta, le trovi un cantuccio tiepido e la collochi a dormire. Lei dorme e sogna e mentre sogna lievita, cresce, cresce: i sogni fanno bene alla gente e fanno bene al pane.
La giornata avanza, piena di lavori, di uscite, di parole. Prepari la cena mentre il pane sogna nel suo letto, rigoverni, infine torni a cercarlo. S’è montato la testa: è una palla soffice con una lieve crosta sottile. Lo rimetti sul tagliere impolverato appena, lo sgonfi, lo lavori delicatamente e cominci ad arrotolarlo con le dita una, due, cinque volte, fino a che il filone non ti soddisfa. Pieghi le punte sotto e sistemi le pagnotte nella teglia per la notte. Lo metti un po’ in caldana, giusto per conciliargli il sonno, poi a letto anche tu, sperando nel miracolo dell’indomani quando, scaldato e temperato il forno, potrai regalargli il tuo figlio immaturo per estrarne un pane fragrante.
Sarà buono? Chissà.
Se bastassero l’impegno e le buone intenzioni ....
LE MIGLIORI BATTAGLIE SONO QUELLE PERSE
Mi sono assentata qualche giorno dallo studio e al mio ritorno ho trovato un paziente, che è anche un amico, ad aspettarmi in sala d’attesa. Lo fa spesso. E’ un impaziente, uno frenetico. Spiccio, intelligente, simpatico, infelice ma disposto ad accontentarsi. Un pescatore. Sta fermo in mezzo all’acqua del fiume per giornate intere a far la posta al pesce, ma si lascia prendere dall’angoscia quando deve aspettare il medico.
Entra e mi porge una busta di radiografie. Apro e guardo. Polmoni. Che schifo, penso, un focolaio. Poi guardo meglio. Cazzo, non è un focolaio. Guardo in faccia lui, mi tira fuori un fazzoletto insanguinato. Ecco, dice. Lo vedi? Me la sto facendo sotto dalla paura. Devi dirmi che non è niente, se non è niente. Altrimenti dimmi cos’è. Il tuo collega mi ha dato questo – e mi porge un antibiotico.
Lo guardo fisso. Mica gli posso raccontare balle.
C’è una voragine tra me e lui, d’improvviso, solo la verità può farci da ponte.
Non lo so cos’è, ma lo scopriamo presto. Ti faccio fare una Tac. Urgente. Vai al Cup, prenotala e torna qui.
Mentre lui esegue, mi consulto con una collega, telefono ad un altro collega, prendo accordi per una visita pneumo, una broncoscopia.
Su quelle lastre c’è, al 98 per cento, un cancro.
Torna, gli comunico il piano d’azione.
Ho una paura matta dice. Ma è una sfida. Vada come vada, l’uomo è tutto qui: una sfida. Certo che, cazzo, bella fregatura questa vita: vai in pensione, cominci a pescare, ti compri una canna nuova, e quando hai il tempo di guardare il cielo, il fiume, di spadroneggiare sul tuo tempo, scopri che il tuo tempo non c’è più.
Bene, dico, qualunque cosa sia la aggrediremo.
Si, risponde, non c’è dubbio, vada come vada.
Ci stringiamo la mano, a me viene in mente Pantera, alla fine di Antracite di Evangelisti, quando parte da solo contro i nemici a cavallo e dice alla ragazza: sei sicura di voler venire? Questa è una battaglia persa, e lei risponde: sono le battaglie migliori.
Tutto falso, caro Evangelisti, tutto falso.
Non sono mica le battaglie migliori. Sono le uniche battaglie. Il resto non sono battaglie, è ragioneria.
Il Pescatore è Don Chisciotte, io sono un irriducibile Sancho.
ANTONIANO
Continuammo a remare finché l’isola non fu in vista. A quel punto smisi di remare e presi due pesanti cappotti azzurri e due maglie di lana a maniche lunghe, sempre azzurre, dalla barca.
“Togliti il cappotto e la maglia che hai indosso e metti questi”.
Lui si cambiò maglia e cappotto, in fretta per non rimanere congelato. Pareva un po’ perplesso. “Dopo ti spiegherò” lo rassicurai.
Trasportata dalle onde, la barca raggiunse la riva e si fermò.
“Fa abbastanza freddino” mi disse, scendendo sulla spiaggia.
“Direi di sì” risposi, “D’altronde, siamo abbastanza vicini al circolo polare”.
Mi guardai attorno: il paesaggio, nel suo insieme, aveva qualcosa di suggestivo. La spiaggia era composta di una sabbia bianca, molto fine. Oltre la spiaggia il terreno era di colore scuro, liscio e quasi privo di vegetazione, eccetto alcuni arbusti e qualche conifera isolata; in alcuni tratti era coperto di neve o nevischio. Al centro dell’isola si alzava una collina dai pendii non troppo ripidi, inclinati circa di 45 gradi; a prima vista giudicai che fosse alta un paio di centinaia di metri, forse un po’ di più. Oltre la cima della collina, però, una leggera foschia rendeva più difficile distinguere i dettagli.
“Dunque mi dicevi che su quest’isola abita la famiglia dei Duchi di ***, giusto?”
“Precisamente” ribattei, “La loro residenza è sul lato opposto della collina; se non ci fosse questa dannata nebbia, la vedremmo di sicuro.” Feci una pausa per prendere fiato, poi continuai: “Si riesce ad entrare comodamente sai? Basta che dici di essere un addetto alle pulizie e ti lasciano stare.”
“Sul serio?”. Non sembrava disposto a credermi.
“La villa si estende per un lungo tratto sotto il livello del suolo, quindi è molto più ampia di quanto ci si possa immaginare; di conseguenza gli inservienti sono così tanti che nessuno li conosce proprio tutti, e nessuno ci fa tanto caso.” Mentre parlavamo cominciavamo ad incamminarc verso al cima della collina.
“E se la cavano così? Con tutte le ricchezze che hanno, la tentazione di rubare verrà...”
Lo interruppi con un cenno. “Nessuno ruba niente per il semplice motivo che nessuno se ne fa niente. Gli inservienti che accettano il lavoro sanno che devono rimanere qui per il resto dei loro giorni. Esistono solo due modi per andarsene: il primo è a nuoto, il secondo è usando l’aereo privato dei Duchi. Dato che l’acqua è ad una temperatura di quattro gradi sopra lo zero, e l’hangar ha un sistema di apertura basato sulle impronte digitali, nessuno ha la possibilità di andarcene. Di conseguenza a questo, non ci sono nemmeno guardie sull’isola.” Mi fermai un attimo, poi ripresi. “La nostra barca, in questo momento, rappresenta l’unica via per andarcene.”
Le macchie di terreno innevato andavano aumentando di numero e dimensioni man mano che salivamo sulla collina, così come le conifere lasciavano spazio ai piccoli arbusti senza foglie.
“È ancora lontana la cima?” Mi chiese.
“Siamo quasi arrivati. Ancora qulche metro e ci siamo.”