LE RADICI DELL'OZIO diario di un medico
"diventiamo medici perché abbiamo bisogno d'aiuto, e diventiamo buoni medici perché abbiamo ricevuto l'aiuto di cui avevamo bisogno"
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...mica come Mike Buongiorno che afferma che ogni sera ripensa a tutte le cose che ha fatto durante il giorno e a cosa poteva fare meglio o di più.
No, io sono incostante, e soprattutto alla sera sono tanto stanca che non penso mica, dormo e basta. Ma ci penso lo stesso. magari mentre cucino, mentre taglio l'insalata, lavo le bietole, faccio a cubetti la zuppa imperiale. Ci penso e mi dico: ho detto bene? dovevo dire di meno? o dovevo dire di più?
Che se fossi in America io direi: mi spiace assai di doverle comunicare questa notizia, ma la sua neoplasia non è più trattabile. E il paziente con molto fair play mi chiederebbe allora dottore quanto tempo mi rimane? e io farei una botta di conti e sparerei una cifra di mesi più o meno a casaccio, poi ci sarebbe la scena di io che esco e lo lascio con la famiglia e lui china il capo e tutti gli si avvicinano, tipo oremus, e io sarei assolutamente fighissima sotto il camice, taglia quaranta, e avrei i capelli impeccabili, non la crescita di due centimetri di capello grigio e la coda alla dibondaus.
Che se io fossi in America questa cosa gliela dovrei dire comunque alla svelta perché dovrei spiegargli perché la sua assicurazione non gli paga altre cure e altri giorni di ricovero e lo rimanda a casa sua.
No, io sto in questo paese dove te lo chiedi cosa può sopportare uno e cosa no, e quindi quanto gli puoi dire oggi e quanto gli potrai dire fra una settimana, e in quanto tempo riuscirà, se riuscirà, ad accettare l'idea di essere alla fine del suo film. come tutti, perché ci arriviamo tutti alla fine del nostro film, ma quando lo dici, quel tutti, non è come dire "io". Anzi, è come dire "voi", si sa. Voi tutti, meno me.
Invece ci penso, e mi chiedo, e ogni volta che debbo dare una brutta notizia di questo genere è come se la dessi anche a me stessa. Guarda, Capsicum, ora lo dici tu questo, a questa persona, un giorno qualcuno lo dirà a te, e tu sarai pronta? Saresti pronta, ora?
Perché, alla fine, davvero l'essere pronti è tutto.
La cosa più difficile, mi rendo conto, è non farsi scappare la verità in momenti inopportuni, o in modi inopportuni. Va detta, si,ma c'è modo e modo.
Con mio figlio, per esempio, bisogna andarci coi piedi di piombo. Basta un nulla e coglie al volo l'occasione per incazzarsi. E a me dispiace, perché è chiaro che la colpa è mia, non sua, come se l'avessi colpito con uno schiaffo; con le parole a volte è pure peggio. E faccio pure fatica a scusarmi. In questo, come in altre cose, il figlio ha preso da me.
Coi pazienti, poi, è ancora peggio del peggio.
L'altro giorno avevo un'ultima visita da fare, pensavo di riuscire a rientrare in studio, finire le ultime cose e andare a casa dalla famiglia, ma invece... Invece c'è voluta un'ora. Ho dovuto dare una brutta notizia. Una di quelle che alcuni oncologi evitano di dare, e ti scrivono nella lettera di dimissione: attivare assistenza domiciliare, e tu chiedi alla famiglia cosa gli hanno detto e loro ti guardano con due occhi: perché, cosa ci dovevano dire? e allora capisci che tocca a te.
Mi ricordo sempre due ragazze, fra i trenta e i quaranta, il loro padre uscì dal ricovero con solo morfina e senza appuntamento per una visita di controllo, e io chiesi: cosa vi hanno detto? e una delle due rispose: ci hanno detto che i problemi del babbo sono cardiologici, così se lei ci mandasse dal cardiologo.... Invece la comunicazione era: ha un cuore che non sopporterebbe le chemioterapie, per cui non si può neppure provare.
Che tra l'una e l'altra delle due informazioni ci corre parecchio. Anche da un punto di vista pratico.
Avevo una volta un paziente che stava vendendo una casa. La moglie disse: pensiamo di rimandare il rogito a quando mio marito starà bene. Voglio dire: avranno il diritto di sapere che non si può fare, perchè il marito non starà bene? oppure oltre alla perdita del marito ci vogliamo anche aggiungere i danni economici per la vedova?
Eppure non è facile, no. Per questo nessuno lo vuole fare. Se appena può liquidare il paziente e scaricarlo su un altro carro. Io non può.
Livia Turco aveva cominciato un sacco di cose, cose impegnative, cose importanti. Poi è arrivato l'affaire Mastella e tutti i casini che sappiamo, e l'hanno fermata.
E' stato un delitto, un crimine a danno di tutti i malati gravi italiani. Chiaro che questa è una mia opinione. Sono stata al primo congresso italiano delle cure primarie, da lei fortemente voluto, e la sensazione era quella di un festival dei sogni interrotti, una fiera dei lavori abbandonati a metà. Prima di lasciare il suo posto di battaglia, ha scritto una lettera a tutti i candidati, lettera a cui non è stata data alcuna diffusione e che viene riportata integralmente su una rivista che talvolta cito con piacere e di cui apprezzo l'estremo coraggio e l'ardita franchezza: Delta. La trovate e scaricate da qui. La lettera è a pagina sei.
Io ve ne riporto solo un pezzetto, perchè se i post diventano troppo lunghi sono scoraggianti:
"Il dolore che caratterizza le fasi terminali della vita e molte malattie croniche è inutile e ingiusto. La scienza afferma, ormai da tempo, che il dolore fine a se stesso va contrastato perché toglie lucidità, compromette la qualità della vita,accresce la solitudine di fronte alla sofferenza, avvicina il desiderio della morte. Combattere il dolore significa anche questo, allontanare il desiderio della morte di fronte ad una grande sofferenza."
Ma ne consiglio vivamente la lettura integrale.
Giacché ci siete perché non leggere anche il numero 39 di Delta, in particolare gli articoli dedicati alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse?
... sono stata al congresso regionale della società italiana di cure palliative. come sempre in queste occasoni si sentono una montagna di cose che si vorrebbe riferire. Un paio ve le racconto.
Il professor Eusebi, che insegna diritto penale all'Università Cattolica di Piacenza ha fatto una lunga, equilibrata e dotta dissertazione sulla responsabilità del medico nelle cure palliative. Ha detto una cosa interessantissima: allorquando la magistratura, perseguitando i medici per presunte responsabilità professionali, eccede presumendone sempre e comunque la colpa, crea di fatto un incitamento alla medicina difensiva. Eusebi l'ha definita una legislazione CRIMINOGENA. Sempre più spesso, di fronte alla situazione difficile in cui l'intervento medico non ha sufficienti garanzie di riuscita, il medico di astiene dall'intervenire, motivando la sua astensione con l'eccessiva rischiosità dell'atto medico.
Mi spiego meglio:
"La sua mamma (papà, nonno, nonna, ecc.) non può essere operata per questo cancro al colon (fegato, mammella, prostata, ecc) perché è cardiopatica (anziana, ha la bronchite cronica, ecc.) e il rischio operatorio sarenne troppo elevato"
"ma dottore allora farà una chemioterapia?"
"No, non la possiamo fare, capisce, il rischio è troppo elevato"
"E una radioterapia?"
"no, guardi, in quelle condizioni lì una dose adeguata di radiazioni per trattare la neoplasia non sarebbe tollerata dalla sua mamma (papà, nonno, nonna) e si correrebbero troppo rischi di effetti collaterali"
"E quindi?"
"Ah, potete attivare una assistenza domiciliare (o ricovero in Hospice, ecc)"
In parole povere: se curarla è rischioso non ve la curiamo. Morirà, si, ma per colpa della malattia e non per colpa delle cure del medico. Il quale, astenendosi da un trattamento pericoloso per la paziente, ha comunque operato con prudenza, secondo quanto pare ritenere oggi la legge.
Ma se non la curi muore di sicuro, mentre se la curi ha delle possibilità di vivere più a lungo o forse, addirittura, molto a lungo. E allora? Se per la magistratura un rischio del 20% non è accettabile e quelle due persone su dieci non è accettabile che muoiano per la terapia, allora il medico segue il ragionamento dellla magistratura e si astiene dal mettere in atto una terapia rischiosa. Doppiamente rischiosa: per il paziente, ma soprattutto per il medico che rischia di finire sotto processo, costretto a risarcimenti e forse persino privato della possibilità di continuare a lavorare.
Eusebi dice che nella sua esperienza i medici che si trovano accusati di errori di vario genere sono generalmente tra i migliori nella loro professione. Quelli che hanno il coraggio di correre rischi elevati a vantaggio degli altri.
In USA questo è lo standard. E fra poco anche da noi. Io l'ho scritto anni fa, in Nessuno a cui parlare. E ancora prima sul blog. Io ve l'avevo detto. Ma sino a che lo dicevo io, un medico potenzialmente assassino, era una cosa. Ora che lo dice un professore di diritto penale spero che sia più creduto.
L'altra cosa riguarda le direttive anticipate. Una storia tragica e sanguinosa di un poveretto morto con la pancia che si bucava da sola dappertutto facendo uscire cacca, sangue e pus. Questo povero cristo aveva avuto la mamma morta per cancro del colon. Era morta con una stomia, col saccheto per capirci. Lui si era recato da un notatio ed aveva redatto delle direttive anticipate in cui diceva che MAI, PER NESSUN MOTIVO, ACCETTAVA CHE GLI VENISSE FATTA UNA STOMIA.
Ora, a parte che era più intelligente farsi una bella prevenzione del cancro al colon con esami delle feci, colonscopie regolari e via dicendo, l'amico in questione non la fece sta prevenzione, e siccome il cancro al colon è eredofamiliare, si ritrova con un cancro al colon come la sua mamma. Rifiuta l'intervento chirurgico perché gli farebbero la stomia con relativo sacchetto, ma il cancro è di quelli occludenti, il colon si chiude, sopravviene un blocco intestinale, e bisognerebbe fare almeno una stomia per decomprimere l'intestino. Ma lui non la vuole. I medici prendono atto. Così il disgraziato, in rpeda a dolori lancinanti, viene trasferito in Hospice, dove accetta che gli vengano fatte delle cure mediche.
Ma, capite, la pressione dentro questo intestino occluso sale, la parete intestinale si infiamma, aderisce alla parete dell'addome, si rompono come quando si apre un ascesso, e si creano delle fistole, dei buchi nella pancia, da cui fuoriesce il contenuto intestinale, il sangue e il pus. Quattro. Quattro fistole in poche ore. Orribil. Molto peggio di una sola stomia, pulita, sana, efficace.
Ora, io vi chiedo: hanno fatto bene i chirurghi a rispettare la volontà di questo poveruomo?
E se gli avessero spiegato cosa succedeva? Se gli avessero fatto capire che la sua aspettativa di poter dominare e tenere sotto controllo il suo corpo era irrealistica?
Uno dei miei bimbi, quando era piccolino, era convinto di poter evitare di fare pipì. Ma alla fine gli scappava. E lui ci restava molto male. Aveva un anno, più o meno. Ma l'idea di fondo era esattamente la stessa. Il mio corpo farà esattamente quel che dico io.
Seee, magari.....
Che poi invece di vesirmi bisogna che vi racconto questa, magari dopo che mi sono sfogata mi riconcilio col guardaroba.
E' morto il paziente quello col trousseau.
Me lo aspettavo, ma non volevo accettarlo. Uno dirà dopo tanti anni ancora non ti rassegni? No, non mi rassegno. Poi è anche morto male. Cioè, non troppo male alla fine, perché in hospice ha avuto una sedazione terminale, vale a dire l'hanno messo in coma farmacologico per gli ultimi quattro giorni della sua vita.
sapete, la sedazione terminale,ciòè una specie di anestesia generale che ti fanno se la morte è troppo dolorosa perché bastino i normali analgesici, è una dellle brutte cose, delle vergognose cose che questa medicina assassina propaga e che ledono la elevatissima morale cattolica. Una specie di eutanasia, dicono, addirittura.
Ma mi permetto di farvi notare: è facile far shopping con la carta di credito altrui. E' facile indignarsi quando non sei tu a soffrire.
Ed è facile mistifdicare con la propaganda, parlando di cose che qualcuno non ha mai visto, che i nostri giovani, per esempio, non hanno mai visto.
La stessa faccenda della 194, in un certo senso..
Vi voglio vedere alla prova, come i cocomeri.
vi vorrei portare al letto di un paziente che non tollera la morfina
vi vorrei portare al letto del mio paziente, quello che dicevamo, e che è morto il 21 gennaio.
e tenervi lì mentre lui urla.
mentre si dibatte.
e non permettervi di andare via.
giorno e notte.
Perché lui, per colmo della sfiga, la morfina e gli altri oppiacei non li tollerava, gli davano allucinazioni, agirtazione, malessere insostenibile. Una specie di quello che i vecchi tossici chiamavano un "bad trip", un cattivo viaggio.
oh, si, sono casi rari.
meno del 15% dei pazienti terminali.
e siccome sono rari possiamo voltarci da una parte e fare finta che non ci siano.
e sentirci anche molto fieri della nostra superiore morale.
vorrei tenervi lì per tutta la settimana, tutta l'intera maledetta settimana
prima del trasferimento in hospice.
mentre andava in gangrena a partire dai piedi.
e si decomponeva da vivo, un centimetro alla volta.
urlando.
tutta la settimana, giorno e notte, come ha fatto sua moglie.
perchè era ancora forte, 48 anni, capirete.
ci ha messo un casino di tempo a morire.
è morto a stento, tirando calci al vento.
finchè un medico di quelli spregevoli non l'ha messo in coma farmacologico.
una di quelle cose che dio non vuole.
ed è rimasto sedato per quattro giorni.
quattro giorni in cui finalmente non ha urlato.
poi è morto.
mentre i mentori moralmente superiori guardavano da un'altra parte.
cosa che non posso fare io.
Che poi il mio paziente col cancro al polmone, quando è andato alla visita per avere l'ossigeno non gli hanno fatto nessun esame. Era tutto pronto per la gasanalisi, poi lo specialista l'ha guardato, l'ha riguardato bene in faccia, ha ammirato la pregevole tonalità d'azzurro delle sue dita, ha letto qualcosa nella cartella clinica mia, quella dell'assistenza domiciliare, ed ha scritto la richiesta dell'ossigeno. Poi ha compilato la cartella, la mia, come se fosse una consulenza di reparto.
Che poi al ritorno a casa ha avuto una crisi di panico, ha telefonato alla sorella chiedendole di venire subito, sto morendo, diceva, vi voglio vicino quando muoio. La moglie mi ha chiamato, sono andata lasciando da parte una visita meno importante (si sono risentiti quegli altri, per l'appuntamento mancato), e gli ho fatto un misto miracoloso di valium e orudis. Non dormiva da due notti. Poi gli ho messo la misericordiosa morfina.
Che poi mentre andavo da lui non sapevo cosa pensare, poteva essere un ictus, con la patologia che ha, dicevo sta a vedere altro che brutto natale, altro che ultimo natale della sua vita, sta a vedere che non ci arriva neppure a natale.
Per l'ultimo natale della mia mamma io lo sapevo che era l'ultimo. Le regalammo una spilla da cappotto con un topazio azzurro al centro. E lei sorrise, ci ringraziò e disse: peccato che questo natale sia l'ultimo.
L'ossigeno, per chi non lo sapesse, è un medicinale a prescrizione limitata. Sarebbe come a dire che c'è una delle famose note AIFA sopra. L'AIFA, quella che qualche settimana fa si è fatta una propaganda massiccia a UnoMattina, quella proprio. Ha messo una limitazione alla prescrizione di ossigeno.
Eh, si sa, uno l'ossigeno se lo fa per sfizio, ossigeno e morfina, mica rischiamo di darli a cani e porci, vero?
Così il mio paziente quello col Trousseau, col cancro al polmone gli gli aggruma il sangue, oramai è diventato tutto blù perchè tra il cancro e l'embolia polmonare non c'è più tanto spazio per fare entrare ossigeno in quei poveri polmoni.
Allora telefono un po' qui e là per avere l'ossigeno liquido a domicilio. Dovete sapere che l'ossigeno gassoso è contenuto in bombole da duemila litri l'una. Durano poco se il poveretto ci sta attaccato quanto dovrebbe, cioè almeno diciotto ore al giorno. L'ossigeno liquido invece è contenuto in bombole molto comode che durano parecchio e prendono poco spazio, ma ci vuole lo pneumologo specialista per prescriverle, e poi bisogna avere due emogasanalisi: una senza ossigeno e una con l'ossigeno. Tutto molto ragionevole, perchè anche se il poveretto è blù cianotico se l'ossigeno non migliora di molto la situazione perché spendere dei soldi per somministrarglielo?
Ma lo specialista pneumologo a domicilio non ci va. Bisogna mandarlo in ospedle, con l'ambulanza naturalmente, perchè va portato in barella, questo respiraossigeno a ufo...
Allora chiama il reparto ospedaliero. Ah, lo vediamo anche domattina, gli facciamo l'emogas e se ci sono i parametri procediamo subito.
Ma, dico, due emogas a questo povretto che è scoagulato, state attenti che ci scappa un ematoma enorme, se non un brutto sanguinamento. Non basta una misurazione col pulsossimetro? (la famosa molletta che si mette al dito)
Ah, ma c'è la nota, almeno una emogas gliela dobbiamo fare.
Ok, contenti voi, io vi ho avvisato, ha un INR oltre 3 e così lo deve avere.
Ora capisco che a voi non dice nulla la faccenda dell'emogasanalisi, quindi la chiarisco. per misurare il tenore di ossigeno nel sangue con precisione bisogna fare un prelievo di sangue ma non dalla vena come al solito, bensì dall'arteria. nell'arteria il sangue è sotto pressione e se poco poco i vasi sono resi fragili dalla chemio e il sangue è reso liquidissimo dalla terapia anti coagulante è facile che sanguini, che faccia un grosso ematoma, doloroso, forse anche un po' pericoloso.
Ma la nota Aifa ha la precedenza su qualunque altra considerazione. Il fatto che lui sia azzurro dappertutto, una cianosi evidentissima, non è previsto dalla nota come indicazione all'ossigenoterapia domiciliare a lungo termine.
Lungo termine, si fa per dire. Sei mesi, a dire tanto. dodici o diciotto se si riesce a fare una chemio palliativa che rallenti l'andamento. Ma anche solo due o tre se continua ad andare così male.
E la sapete una cosa? prima dell'ultima legge finanziaria dell'ultimo governo Berlusconi le note AIFA non erano tassative; insomma in casi come questo il giudizio clinico del medico, e magari una misurazione col pulsiossimetro, era sufficiente a giustificare la prescrizione della terapia. Ma mentre per quel governo il falso in bilancio era considerabile un reato amministrativo, la prescrizione di ossigeno senza una gasanalisi, megio due, ad un paziente col cancro al polmone in fase terminale era meritevole di diventare un reato penale. E così infatti è.
Ah, si, che la destra si può vantare della propria intelligenza politica, vero?
Votantonio, và!
Questo post è un commento firmato Ez e lasciato sul blog di marco giacosa qui ://www.marcogiacosa.it/2007/11/30/sul-tumore/
IO L'HO RUBATO, sissignori, l'ho rubato e lo divido con voi. Baci. Capsicum
Tra qualche mese sarà un anno anche per mio padre. E mi sembra sia passata una vita.
E’ morto il 24 gennaio 2007, se non sbaglio poche settimane prima di tua madre.
Morì di mercoledì, 10 minuti alle 17, ma in realtà si era addormentato da dieci giorni, 48 ore prima del 6° compleanno di mia figlia, che festeggiammo comunque, lui in coma, pregando il destino perché non fosse così infame da spegnerlo in spregio alla cosa che gli diede più gioia nei suoi ultimi anni di vita.
Lui vissè due anni e tre mesi, in linea con quanto ci disse il chirurgo poche ore dopo l’operazione, ottobre 2004: “Sarà un miracolo se vivrà tre anni”. Così fu, in perfetto tempismo con la mediana che i vari studi predicono per gli operati con la sua classificazione: T4N3M0 (dove sull’M0, sempre secondo il chirurgo, non c’era da farsi illusioni, per via delle micrometastasi).
Chiaramente non servirono le visite, i consulti, folfox e folfiri, 5FU, capecitabina e oxaliplatino. Non servirono i nuovi farmaci, gli anti-angiogenetici o la radioterapia (palliativa).
Non servìrono i pellegrinaggi, le sortite a Candiolo o allo Ieo. Nel primo conoscemmo Roberto Faggiuolo, che da poco è primario dell’oncologia di Alba e che con noi si dimostrò un medico molto sensibile, umano, se questo aggettivo non suonasse amaramente fantozziano. Lesse una mia mail e mi telefonò immediatamente, addirittura non ci negò il suo cellulare. Praticamente un eroe, considerati i costumi della categoria, e spero che la responsabilità non lo pieghi alla norma. Alla norma era piegato tale De Braud, luminare del colon milanese, che mi fece piangere in silenzio (ripiangere) dalla sedia nel suo studio e sino a casa, con mia madre affianco. Mi ripresi solo riaccompagnando lei a casa, per confermare a lui l’ennesima frottola della speranza. Allo Ieo il parcheggio è a pagamento ma l’Avastin in seconda linea non lo danno, perché “costa troppo”. Come i loro consulti, 247 euro anticipati per un quarto d’ora di sfacciata insensibilità, o di sincera e disinteressata vicinanza. Valli a intrepretare gli oscuri percorsi comunicativi di un oncologo.
Anch’io poi ebbi la mia signora L. A. Fu il padre di un mio amico. Si erano riconosciuti in Oncologia e come con altri condivisero questo comune destino trovandosi ogni tanto - effetti collaterali permettendo - nella stanza della chemio (dovrebbero portarci le scolaresche, nella stanza della chemio, quanto ti insegna la stanza della chemio… ). Morì due mesi prima di lui e con mia madre andammo al rosario senza dirlo a casa. Mio padre sapeva, non sapeva, della sua malattia, del suo destino? Non lo so, mi ci sono dannato per troppo tempo e ora non mi interessa più. I cicli di chemioterapia - che lui diceva di fare solo per noi figli, perché noi lo volevamo, e forse era davvero così - sono serviti a fargli vivere circa 6 mesi “liberi da malattia”, come si dice nel linguaggio medico. Il resto fu un mezzo tormento, e chi ci è passato lo sa bene. Solo la morfina gli ha permesso la morte serena che è stata alla fine la nostra unica e magrissima consolazione, insieme al fatto di averlo accontentato nel lasciare un ricordo di lui sulla collina amata da bambino, in un posto che incanta il cuore per quanto è bello. Poca cosa rispetto a quello che almeno io ho vissuto invece come un totale fallimento, quello dell’averlo voluto salvare e del non esserci riuscito. Non credo che me ne vorrebbe, comunque. E averlo avuto anche dopo quei sei mesi fu comunque una grande fortuna. Questa è la morte, penso oggi, più o meno quello che ti disse quel medico, la faccia nascosta della vita. Ha senso scriverne? Sdoganarla? Non lo so, non ne sono sicuro. Forse non abbiamo scelta e l’unico posto dove possiamo viverla è quel doloroso spazio di sè che riserviamo alle cose più intime, incomunicabili.
Io conservo di mio padre una serie di immagini (due in particolare: con mia madre, addormentati mano nella mano nel letto di ospedale dell’ultimo ricovero, e il suo ultimo saluto, appena un cenno della mano, poche ore prima che si addormentasse per sempre). Poi tanti rimorsi, per come io sono stato. La malattia mi ha lasciato il suo esempio, mi ha reso limpidi suoi insegnamenti che prima non avevo colto o saputo cogliere, che prima non vedevo. Nella malattia gli ho riconosciuto un coraggio e che ora gli invidiò. Come la capacità di essere veramente uomo, al di sopra di ogni dubbio. La sua è stata per me una lezione di amore totale (non so proprio come dire diversamente), che alla fine è l’unica cosa che ci può far guardare alla morte senza annegare nella disperazione. Per questo lo ringrazio. Anche per questo penso che della morte non serva parlare. L’effimero che siamo ormai l’ho dentro, intimamente. Il resto posso viverlo solo entro di me. Stai bene. Sia loro lieve la terra. (Ez).
Ok, sto incazzata. Il mio paziente, quello col trousseau, avete presente?quello che la prima chemio l'hanno sospesa alla seconda somministrazione perché aveva le piastrine basse e poi si sono giustificati dicendo che era stata inefficace. Ora la seconda chemio pure l'hanno sospeda dopo la prima somministrazione e mezza, pure con la stessa scusa. Dice che ha le piastrine basse. 61 mila. Non sono così basse. Ma pure se lo fossero, visto che senza chemio va a morire in tre mesi, visto che ha 48 anni, visato che comunque quello coagula appena smetti di scoagularlo, falla sto cavolo di chemio, no?
e l'ho capito che ci sono centri dove fanno la chemio pure nelle ultime due settimane che stai al mondo, ma a parte che uno col cancro ti può morire anche all'improvviso, ma a parte che capisco che il troppo è troppo, però qui stiamo all'estremo opposto, che appena ti volti la primaria lo riprende di mira e dice: non buttiamo via soldi con sto qui, tanto è un cancro troppo brutto e morirà uguale.
Può essere che abbia ragione lei, può darsi, si, ma tanto la mia fiducia se l'è giocata più di un anno fa, così pure se avesse ragione io lo mando in consulenza in un altro ospedale, dove c'è un oncologo che giudica l'indicazione alla chemioterapia indipendentemente dal budget da raggiungere al 31 dicembre.
che io sono la solita andreottiana e penso male e faccio peccato ma probabilmente ci prendo, ma con questi chiari di luna, a me hanno regalato 499 euri per aver risparmiato sui farmaci antiacidi, che costano venti euro e rotti la confezione, a lei cosa potrebbero dare o promettere se risparmia su qualche ciclo di chemio che di euri ne costa delle migliaia a somministrazione?
Non lo dovrei postare questo post, lo so, è tutta rabbia la mia, cosa gli dico a questo poveruomo, gli dico fatti i tuoi conti che questo natale di sicuro è l'ultimo che puoi vedere?
vengo ora da qui. Posto interessante, donne magnifiche. baci e grazie a giorgi per la segnalazione.
UNA SETTIMANA DA SPALATORE DI NEVE
Una volta da queste parti venivano delle nevicate come si deve. All'epoca nel mio condominio abitavano praticamente oslo degli anziani, oltre a me e mio marito. Essendo gli unici giovincelli ci toccava, se volevamo uscire con la macchina, la spalatura dello stradello: una trentina di metri appena, ma tutti nostri, da spalare.
Avevo comprato una bellissima pala da neve e almeno un paio di volte l'anno mi rieducavo tutta la muscolatura della schiena a furia di spalate.
Ecco, ho avuto una settimana così, a spalare malattie, non neve, malattie e vaccini e controlli. Ho saltato il pranzo ogni giorno, sono arrivata a casa dopo le otto ogni sera, ho lavorato anche sabato fin dopo le tredici, eppure stamattina ho avuto da ridire con due extracomunitari che sostengono di non essere riusciti a farsi visitare da me.
Stamattina pochissima gente in ambulatorio: la notizia dello sciopero dei medici ospedalieri ha tratto in inganno molti, evidentemente. Noi, non si scioperava.
Sono stanca, ho il frigorifero vuoto, debbo parlare con la maestra del mio piccolo e accompagnare il padre a fare delle commissioni.
Qui fuori alcuni pazienti del mio collega, ancora in fila per farsi visitare da stamattina alle otto, protestano per l'inefficienza della sanità e dei medici di famiglia in particolare. Minacciano denunce. Ognuno vede solo il proprio interesse particolare, ognuno è illividito, rivendicativo.
Una mia paziente, malata di cancro con metastasi diffuse alle ossa, ha visto "Mi manda rai tre" ed è venuta a chiedermi lumi sullo Zometa.
- E' vero che può distruggere la mandibola?
- Si, cara signora, raramente ma può accadere.
- E allora che debbo fare? Io ero così contenta che mi levava il dolore...
- Può correre il rischio dell'osteonecrosi o tenersi i buchi nelle ossa, tutte le terapie per il suo problema presentano lo stesso rischio di osteonecrosi.
- Ma allora come faccio?
- Può scegliere se fare o no la terapia. Nessuno è obbligato a curarsi, ma se si cura corre il rischio di effetti indesiderati.
- Ah, ma la mia malattia se non la curo mi uccide, lei lo sa.
Ecco, e mentre sto scrivendo un paio di maleducati pretendono di saltare la fila dal mio collega o in alternativa chiamerebbero il 113.
Che dobbiamo fare? Potrei tornare a fare il mio vecchio mestiere, le scuole private qui a Bologna hanno tutte la lista d'attesa, il lavoro non mi mancherebbe di sicuro e la gente mi ringrazierebbe anzichè minacciare di chiamare i carabinieri.
Francamente non so chi ce lo fa fare.
Ecco, è arrivato il mio pz quello col trousseau, e la tac è brutta. Lui ha cominciato a parlare di notaio, della casa che non è ancora a suo nome, ma indivisa con la sorella, e della fratellanza di cui fa parte nella sua parrocchia che comporta funerali, tomba, accompagnamento e luce perpetua, e poi ha detto che è stufo, e gli dispiace per il mondo e la natura per quanto è bella, ma faranno a meno di lui e pazienza. Allora, signori, rimettiamo i piedi in terra. Certi problemi non sono problemi. Un abbraccio da Capsicum
I PAZIENTI BELLI
Sapete la storiella del dottore e della bella paziente? O le favolette sulla dottoressa procace, quelle su cui hanno fatto tanti filmetti scollacciati?
Be', scordatevele. I pazienti sono brutti. Sono vecchi nella maggior parte dei casi, puzzolenti in una certa percentuale, adolescenti bruttarelli e acneici in altra percentuale. Poi ci sono quelli che in altra situazione sarebbero pure passabili, però voi li vedete quando sono malati, sudati, vomitosi, diarroici, bronchitici o eritematosi: al loro peggio, insomma.
Magari le pazienti, dico in genere, sono meglio, conosco qualche collega che se l'è pure sposata, una paziente. Forse gli uomini trovano attraente l'idea della povera ragazza ammalata da curare e proteggere, non so.
A me i pazienti, maschi, intesi come singoli e come categoria, non mi attizzano neppure un po'.
O sarà per via dell'influsso quasi trentennale di Mister Incredibile, può pure darsi che la sua continua presenza mi distragga troppo per lasciarmi delle fantasie da spendere altrove
.
Un cappello del genere per dire che ho tre, forse quatto pazienti belli. Che poi, a dire la verità, non sono neppure pazienti, nel senso che sono sanissimi. Uno è figlio e nipote di mie pazienti e lo vedo solo per i certificati sportivi. Uno pure lui è figlio di due pazienti, e viene solo quando uno dei genitori non può venire e lo manda a ritirare ricette o a richiedere qualcosa. Il terzo è bellissimo, giuro uno splendore, ed è gay.
Il quarto è un simpatico signore, intelligente e brillante, per giunta, che si occupa, si occupava, tra le altre cose, dei problemi di salute dell'anziano padre.
Adesso è un paziente.
Credo che abbia un cancro al pancreas. Ma magari mi sbaglio. Però domani telefono al più fidato oncologo che conosco e gli chiedo qual è il posto migliore, al momento, per far trattare un k pancreas. Uno così vorrei che avesse una chance.
Anche solo mezza.
Che lavoro di merda.
VITA NELL'HOSPICE
E così, dottoressa, non ci sono belle novità. Va sempre più male. Ogni giorno va un po' più male. Dimagrisce, non mangia. Oggi gli davo del gelato, la glicemia era quattrocento, così mi sono molto agitata, ma la dottoressa mi ha detto "lei alla glicemia proprio non ci deve pensare, deve pensare solo a quello che gli può fare piacere, e se gli va il gelato lei gli dia il gelato". E' stato molto difficile per me da accettare, da anni questa della glicemia era una attenzione importante, quante cose si è negato per via della glicemia, ora non mi riesce Di restare indifferente, ma comunque piuttosto che niente, almeno il gelato lo mangia, l'ha mangiato, stamattina, e c'è questo di buono in quel posto lì, che tutto quel che vuoi te lo danno. Il mangiare, qualunque cosa a qualsiasi ora, poi mi hanno lasciato a dormire lì per le prime due settimane, poi mi hanno detto ora che ha visto che sta bene, che è accudito bene, forse è ora di lasciarlo a noi per la notte e di tornare a casa a dormire, perchè lei qui non dorme proprio, ed è vero, dottoressa, lui ha un letto col materasso antidecubito, di quelli con l'acqua, e ogni piccolo movimento fa un fruscio, swusc, ed io mi sveglio di botto, così le notti che ho passato lì non ho dormito un gran che, poi trenta euro per notte, si, compresa la cena e la colazione, ma ti fanno pagare trenta euro per notte per dormire lì, così ho pensato ora va bene, per una notte provo a lasciarlo solo, sono andata via alle undici di sera, e il mattino dopo alle otto l'ho trovato bello, pulito, lavato, riposato, sereno, forse neppure s'era accorto che mancavo, da allora dormo a casa.
Si, è incredibile come siano tutti gentili, tutti gentili nello stesso modo, così ho pensato questi hanno una scuola, insomma una scuola in comune, per comportarsi tutti così uguali, la Scuola della Gentilezza per Medici e Infermieri, tanto che alla fine ti sembrano pure finti, e oltre alla gentilezza c'è tutta quella luce, le vetrate, il giardino coi leprotti, vivi, sa?, che corrono qua e là, prendono da mangiare le insalate, e tutto così pulito. Però. Però, dottoressa, però le camere si vuotano così in fretta. Siamo già i più vecchi lì dentro e molte camere si sono vuotate più di una volta, si riempiono e si vuotano, e al mattino ti alzi e la camera accanto, ecco, è morto. Anche stamattina c'era un morto. Ecco, questo, è tremendo, tutta questa bellezza, ma il posto è questo. E tra qualche giorno toccherà anche a noi, di andarcene, di vuotare la camera, forse la prossima volta che le telefono sarà questo che le dirò.
- Vado a vedere quel paziente con la tromboflebite migrante. Vuoi venire?
- si, mi ricordo, il segno di Trousseau. ha un cancro, vero?
- Polmone.
- come mai ci vai?
- forse ha di nuovo una tromboflebite. Ha un INR già in range, quindi gli ho levato il clexane, ma forse ho fatto male, forse 2,85 non basta.
- allora?
-gli rimetto il clexane e aumento il warfarin per portare l'INR tra 3 e mezzo e 4. Un caso raro, sai.
- quanto?
- Ne ho diagnosticato un solo caso in trent'anni. Vieni, non so quando ne vedrai un altro, ma se ti capiterà non perdere un solo minuto. Queste forme sono cattive, aggressive e molto veloci.
....
-Perchè hai quella faccia? Non stai bene?
- Ho compassione della gente. Come si fa a non avere compassione?
- Si, ma mica puoi fare così ogni volta
- No?
.....
- è grave?
- molto.
- Lo sa?
- dovrò decidermi a dirglielo.
- non gliel'hai detto ancora?
- non so ancora quanto è grave. Abbiamo ancora speranze, se reagisce alla chemio, chissà. Cosa gli dovrei dire? Che ha un cancro lo sa, questo. Non gli leverò la speranza fino a che non sarò sicura che veramente non ce ne sia.
......
-L'hai diagnosticato tardi?
- L'ho diagnosticato a razzo. Gli avevo fatto una tac al polmone solo due anni prima. Lo tenevo d'occhio maledettamente bene, era un fumatore accanito. Era piccolino, un paio di centimetri per uno e mezzo, ma cattivo. Queste forme producono delle sostanze che innescano la coagulazione, si ricoprono di fibrina, si nascondono, invadono, metastatizzano, sono cattivissimi.
- Sono sempre polmonari?
- No, sono viscerali in genere, adenoca, dal pancreas, dal polmone, dall'intestino.
- Quanto fumava?
- Sessanta, a volte di più. Non l'ho mai convinto a smettere. In tanti anni che lo conosco, non l'ho mai convinto a smettere.
E va bene, siamo qui a casa a smaltire il malanno e a prendere le telefonate. Siamo in piena epidemia, il novanta per cento hanno lo stesso ammalazzamento che ho io. Poi c'è il dieci per cento diverso.
succede che mi sono ammalata, lo sapete, la settimana scorsa. Lunedì ero a casa, mi chiama una signora gentilissima, mi racconta che suo marito improvvisamente non parla, non fa di conto, non riesce a battere le cifre in cassa, è confuso e disorientato. Il mio sostituto lo visita nella stessa mattinata e lo manda in ospedale con una richiesta di visita neurologica con urgenza immediata. L'uirgenza immediata, teoricamente, sarebbe da vedere in giornata, non passa dal cup e si mandano i pazienti direttamente in reparto. Solo che è successo un casino, all'ospedale nessuno voleva farsi carico del paziente, lo rimandavano da pietro a paolo, alla fine la signora s'è incazzata e qualcuno al pronto soccorso ha fatto la visita e l'immediato ricovero. Alle tre del pomeriggio aveva già fatto due tac. Se teniamo conto che alle dieci e mezzo era ancora nello studio col mio sostituo, l'efficienza del sistema non è stata poca, vi pare? Tuttavia rimane il disorientamento della persona che deve rivolgersi a dieci addetti, in un ospedale, ricevendo risposte evasive e contraddittorie prima di beccare la persona giusta. Ecco, le organizzazioni come il tribunale per i diritti del malato lo dicono spesso: il problema è che il paziente non viene trattato con gentilezza e disponibilità, e anche se poi viene fatto tutto quel che si doveva, viene fatto bene, in fretta eccetera eccetera, rimane la sensazione iniziale di non accoglienza e di scarso garbo che indispone il paziente e lo carica di dubbi.
Ora, il mio paziente ha una neoplasia cerebrale e in una settimana ha fatto due tac, una risonanza, la consulenza oncologica, quelle cardiologica, diabetologica, pneumologica e neurochirurgica e domani viene operato, però quel momento iniziale di disperazione della signora che non trovava nessuno che si facesse carico di suo marito, inviato peraltro in urgenza assoluta dal curante, quel momento rimarrà a viziare tutto il resto.
Quando io dico che la cosiddetta malasanità italiana è al novanta per cento non un problema di sanità, ma un problema amministrativo e organizzativo, mi riferisco proprio a situazioni così.
Adesso, chi era che non credeva alla sfiga dei medici e dei loro parenti? Il marito della mia amica è già morto. Un mese e mezzo dal primo sintomo, una banale colica.
E' sabato, vado alla spesa. Incontro due amici, prima. Lei è tanto carina e io l'adoro. Lui lavora con me e quando andrà in pensione penso che sarò tentata di suicidarmi o andare in pensione anch'io. L'incontro mi mette di ottimo umore. Sono felice, cammino sulle nuvole. E una voce mi chiama. Mi giro è c'è un'altra amica, una collega. Ha la faccia gonfia e gli occhi rossi. La guardo, le sorrido, dico qualcosa e poi la guardo meglio "ma stai bene?" e lei "non potrei star peggio".
Così, mi dice, un mese fa mio marito ha fatto una colica, sai ha i calcoli al fegato, ma erano due anni che non faceva coliche. L'ho mandato da T. a fare un'eco. Poi T. mi ha telefonato e mi ha detto, sai, non è più lo stesso fegato, e io, lo sai quando non vuoi capire? lui ha dovuto spiegarmi, e io non capivo, ha detto ci sono delle lesioni, ed io non capivo. Poi ci sono arrivata. Ha il fegato distrutto dalle metastasi.
Io mi sento un'aria fredda dentro, e tutto intorno, non ci si abitua mai a quel freddo, e la guardo e chiedo e lei risponde. Non lo sappiamo. L'oncologa, sai L., la conosci, dice che potrebbe essere un neuroendocrino, un bastardo pancreatico, veloce, cattivo, ma alla tac non si è trovato. Le metastasi sono solo nel fegato, ma è pieno. Io non so cosa fare, improvvisamente non so nulla, l'altra sera ha avuto dolore e non sapevo decidere neppure se fargli un orudis. Mi dico che forse, se ci sono i recettori e se si trovano, si può curare, ma tu lo sai, ci sono solo due possibilità. E intanto non li abbiamo trovati i recettori, la biopsia era insufficiente, ne farà un'altra, ma i giorni passano, anche le settimane, lui è calato nove chili in un mese, e io dico mi debbo preparare, ma non riesco a pensare oltre le prossime dodici ore. E non riesco a pensare altro che da moglie. Non lo posso curare. Non sono più capace. Non lui.
Va bene. Tanto per dire. I medici non stanno in un mondo diverso da quello dei pazienti. E le cose che sanno, non li proteggono da nulla. Solo, i medici non possono dar la colpa a nessuno. Non possono sfogare la propria rabbia incolpando una malasanità, un errore di qualcuno, una medicina matrigna che potrebbe fare il miracolo ma non lo fa per negligenza o forse per malvagità. E' questo che fanno i pazienti, spesso. (E' umano, lo sappiamo, ma fa male.)
I medici non possono raccontarsi balle. Stanno lì, e soffrono, e guardano le prossime dodici ore, e debbono dire qualcosa ai figli, al marito, e in quella famiglia nessuno può godersi il lusso di una pia illusione, di una compassionevole menzogna. Nessuno ti darà le cattive notizie un passo per volta, nessuno si prenderà il peso della verità per consegnartelo un pezzetto alla volta, in modo che tu te lo possa caricare pian piano, nessuno ti accompagnerà.
Io lo so. Mi è già successo. Mi sta di nuovo succedendo. E succederà ancora, in futuro, se le statistiche valgono qualcosa.
Così telefonerò spesso alla mia amica, e collega, e parleremo di quello di cui si può parlare. Io ascolterò, mentre lei mi dice le cose che diciamo ai pazienti, in genere. Le cose che nessuno dice a lei perchè già le sa. E parleremo dei figli, e degli analgesici, e delle prossime dodici ore.
ARMAND TROUSSEAU
Era un uomo dell'ottocento. Sapete: studi classici, latino, greco, Cicerone e Platone. Critone, dobbiamo un gallo ad Esculapio. Nato a Tours, ci studia medicina e a ventisei anni è medico. Lavora nella sua città, ci insegna clinica medica. A 33 anni fonda una rivista medica diventata poi storica. Viene eletto deputato alla Costituente del 48 nella sua circoscrizione, fa moltissima attività clinica, di insegnamento, politica. A 56 anni scrive uno dei più bei trattati di medicina mai scritti in Francia, ripubblicato mi pare una trentina di volte. Ha studiato le malattie epidemiche in Francia ed è stato in Africa a studiare la febbre gialla. Uno che guardava le cose e le vedeva. Uno che osservava, osservava e ricordava e confrontava. Nel 1861 scrisse, fra le moltissime cose, un piccolo studio in cui dimostrava che una tromboflebite migrante è, nella grande maggioranza dei casi in cui si presenta, il primo sintomo di un cancro viscerale, che si manifesta clinicamente persino dopo anni. Anzi, asserisce che"quando si sospetti un cancro viscerale, ma non lo si riesca documentare, la comparsa di una tromboflebite migrante costituisce la certezza di tale diagnosi."
Si chiama Segno di Trousseau.
Venti giorni fa un signore tra i 40 e 50, con una bella moglie e cinque figli, si presenta da me dopo essere stato dallo specialista angiologo. Ha avuto una flebite al braccio destro, lieve e superficiale, colpa di uno strappo muscolare, dice lui. L'ho curato, ma ecco che in capo a due settimane ti fa un'altra flebite, questa volta a sinistra. Stavolta il quadro è poco chiaro, avrei bisogno di una conferma doppler, solo che i doppler urgenti noi ignoranti e spreconi medici di famiglia non li possiamo richiedere, in quel di Bologna, per cui chiedo una visita angiologica urgente. Lui torna, col referto specialistico, una bella richiesta di esami per lo studio delle malattie della coagulazione ereditarie, da farsi al Policlinico Universitario, e incazzato perchè nonostante le punture nella pancia, adesso ha lo stesso dolorino anche al polpaccio. Lo specialista dice: nulla di grave, forse una malattia ereditaria.
Ma con questa del polpaccio, se è una flebite, fanno tre: Trousseau.
Sono imbarazzata, non so come dirlo, senta, va bene che è Natale, ma se lei volesse fare un regalo al suo medico, oltre alle cose che le ha suggerito lo specialista, dovrebbe farmi la cortesia di fare una TAC. Sa, una volta i vecchi medici non si fidavano mica di queste tromboflebiti che vanno e vengono, e io sono rimasta un po' antica. Faccia sta tac.
Va bene, la faccio corta, è al polmone di sinistra. Indovato nel seno costofrenico e medialmente quasi contro la colonna, un nodulo lungo quattro centimetri e largo forse uno, due nella parte più larga.
"Conoscere il naturale progresso delle malattie è conoscere più di metà della medicina" A. Trousseau
(A proposito, è morto di cancro il professor Armand Trousseau. A sessantasei anni. E nel 2006 una equipe di ricercatori italiani ha pure scoperto il meccanismo genetico e molecolare alla base del segno di Trousseau)
CONTRO I PAPILLOMI VENEREI E IL CANCRO DEL COLLO DELL'UTERO
A partire da ieri 27 novembre 2006 è disponibile in Francia il Gardasil, un vaccino per la prevenzione del carcinoma del collo dell'utero dovuto all'infezione da papillomavirus umani (HPV) di tipo 6, 11, 16 e 18. Questo vaccino ha ricevuto nel settembre 2006 l'autorizzazione europea di immissione al commercio. Nell'attesa delle opportune raccomandazioni del Consiglio Superiore d'Igiene Pubblica di Francia (CSHPF), questo vaccino sarà disponibile nelle farmacie francesi dietro prescrizione medica.
Appena ne saproò qualcosa di più lo posterò. Questa dei papillomi venerei è una problematica grossissima. Per centinaia di anni sono stati ritenuti grossomodo benigni, un fastidio, a volte antiestetico ,a non di più. Invece sono una robaccia. Pensate che nella metà dei casi nei maschi non si diagnosticano se non con una ricerca microbiologica del virus. In pratica il virus non si manifesta, o magari c'è un papillomino quasi invisibile all'interno dell'uretra.
Qualche mese fa ho visto una giovanissima ragazza piena di papillomini, con bruciori e altri sintomi poco piacevoli. Da vecchia signora imprudente le ho chiesto chi fosse il suo partner, o chi fossero i suoi partner e le ho rammentato che è una malattia che si prende SOLO per trasmissione sessuale. Lei è insorta, a difesa dell'amato bene, asserendo che lui era il suo primo ragazzo e lei la prima ragazza di lui, e che la fedeltà reciproca assoluta era da intendersi al di sopra di ogni sospetto, a prova di ciò mi riferiva l'intenzione di sposarsi appena raggiunta la maggiore età, per procedere senza indugi alla procreazione.
E del resto, ha aggiunto, lui non ha mica nulla!
Poi la mamma l'ha portata dalla sua ginecologa, una vecchia volpe espertissima e notissima in tutta la zona. La dottoressa ha fatto una bella risatina in faccia alla bimba. Ora te li tolgo, le ha detto, ma mettiti bene in testa che li puoi aver presi in un solo modo, e che anche lui può averli presi solo nello stesso modo. E che non vengono sù dal nulla, mai.
Per concludere: anche se andate a letto con un solo partner, non dimenticate che dal punto di vista medico state andando a letto con tutti i suoi partner attuali e precedenti e lui sta andando a letto con tutti i vostri. L'uso del preservativo, checchè ne dica l'autorevole capo della cristianità, ha una ragione medica importante: oltre alla prevenzione del concepimento previene, anche se non al 100%, il contagio di malattie sessualmente trasmesse.
Su questo argomento (il contagio di malattie sessualmente trasmesse) vi suggerisco di andare sul sito di Nadir e leggere la seconda pagina dell'ultimo numero della rivista. La prima contiene un articolo si USA e AIDS, pure quello non è male. Una rivista interessante. Ve la consiglio.
Il vecchio prepotente si è beccato un intervento palliativo. E' successo che quando il mio amico chirurgo, quello bello, anzi molto bello, ha aperto l'addome, si è trovato un intestino occluso e un cancro che invadeva la parete addominale sia davanti che dietro, il peritoneo completamente pieno, il trasverso perforato e con una raccolta da fistola. Allora ha capito che non si pioteva ripulire tutto, così ha cercato di traumatizzare il meno possibile, ha fatto una derivazione ileo colica in modo che l'intestino non si chiuda, così da evitare una occulsione con tutto il dolore e l'agonia che ne consegue, ha piazzato un drenaggio nella raccolta e uno dove ha scollato l'omento, ed ha terminato l'intervento così. Tra preparazione, anestesia e risveglio poco meno di due ore. Il vecchio prepotente avrebbe superato anche un intervento lungo. Le sue condizioni generali erano buone, ottime se teniamo conto dell'età e di un mese e più di digiuno totale. S'è svegliato, ha riconosciuto il chirurgo e l'ha salutato.
E ora bisogna decidere che si fa.
Direte: cosa vorrebbe lui?
Si, quel che vorrebbe lui lo sappiamo, ma quel che è in grado di fare la famiglia è un altro paio di maniche.
Alla famiglia non ci pensa mai nessuno.
Quanto possiamo chiedere ai parenti? Cosa sono in grado di fare? E dove, anche. Perchè, vedete, l'assistenza sul territorio non è omogenea. Nel paese dove vive il vecchio prepotente certe strutture e certo tipo di aiuto alla famiglia non c'è, invece nel paese dove vive la figlia si. Ma se lo spostiamo a casa della figlia perderà i contatti col resto della famiglia. E' giusto questo?
Ci sarebbe poi la possibilità di portarlo in Hospice. Lì starebbe bene, ma è in un altro paese ancora, e sarebbe lontano da tutti i familiari. E poi non gli piacerebbe affatto. Oppre una lungodegenza in un ospedale privato convenzionato, soluzione di compromesso.
Ora uno potrebbe chiedere anche: ma tu, medico, cosa c'entri?
C'entro, c'entro. E se non ci volessi entrare mi ci tirano. Mi tocca dire i pro e i contro di ogni soluzione, discutere, mediare,e alla fine c'è la domanda cruciale: se fosse il suo babbo, cosa farebbe lei? O gli rispondi, diplomaticamente e pilatescamente " ma non è il mio babbo, è il vostro", oppure rispondi sinceramente. Chiarendo che la scelta che andrebbe bene per te potrebbe non essere la migliore per loro.
Ok, abbiamo qualche giorno per parlare, poi si va.
Stasera la figlia del vecchio prepotente deve decidere. A digiunare s'è molto indebolito. Il cuore è forte, i polmoni sono perfetti, metastasi non ce ne sono, ma rischia ugualmente di non superare i postumi dell'intervento. E' vero che è un vecchio supermaratoneta, ma ha 80 anni, e non mangia e non beve da un mese.
Del resto, continuando così, in altre tre o quattro settimane sarà comunque morto. Di fame. Con le flebo si fa quel che si può, e l'intestino è messo fuori gioco vuoi dal tumore, vuoi dal suo pervicace rifiuto di mandar giù qualunque cosa.
Ma una decisione è comunque difficile prenderla. La ragione ti aiuterebbe pure, ma vengono i sentimenti e non ti fanno capire più nulla.
Alzi la mano chi rischierebbe l'intervento.
Adesso alzi la mano chi non se la sentirebbe di rischiare.
E per finire chi non si sentirebbe di prendersi la responsabilità di fare una scelta.
Vedo che il terzo partito ha la maggioranza relativa.
Ah, lasciatemelo sospirare questo: l'italiano ha l'animo astenuto...
Mi metto davanti al pc e edico: la scrivo questa? Perchè, no, la gente penserà che scrivo solo di cancri, non è mica vero. Oppure non lo faccio apposta.
Ma insomma, erano due settimane che qui non si faceva la spesa, le riserve refrigerate erano agli sgoccioli, oggi s'è dato fonso alle ultime polpette. Per fortuna è venerdì, marito mio. E si parte.
Già all'inizio della spesa S.O.S. del collega che non è riuscito a levare un punto. Vabbè, dopo passo io.
Ma davanti al banco delle vergognose insalate già lavate (ne faccio incetta, non vivo senz'erba e non ho il tempo di lavarmela da me) mi suona ancora il telefono. Marito che m'ha persa tra gli scaffali?
Una voce, una sottovoce:
'' è lei la dottoressa Capsicum?''
''si?''
''sono la vicina del signor Tale. ha presente?''
''naturalmente, conosco benissimo la situazione.''
''è morto.''
''a.''
''nell'ambulanza, tornava dalla dialisi, ha dato gli ultimi respiri li''
''ancora dialisi?''
''gli ambulanzieri erano incazzati, si vedeva già in ospedale che stava per spirare, non volevano trasportarlo, ma quelli dell'ospedale hanno insistito: via, deve andare via."
''...''
" lei non lo sa, pensa che sia morto nel suo letto. sa, bisognerebbe portarlo via, per lei, la moglie, sa, ha cercato di buttarsi di sotto.''
''era molto stanca già da tempo.''
''si, troppo stanca. senta io non so come possiamo fare, ora è di là col figlio, mi dicono che ci vogliono delle carte.''
''Guardi, sono alla spesa, il tempo di pagare, poi debbo passare a prendere la borsa. Posso essere lì per le sette, forse le otto.''
ok, la spesa l'ho fatta. il resto, è l'epidemia.
Notizie dal congresso SICP. Spigolature, proprio, e vado a memoria.
978 congressisti paganti, poi con relatori e invitati si arriva a 1290 partecipanti.
2035 soci SICP in Italia, ma molti meno sono quelli in regola con la quota associativa. All'assemblea dei soci erano circa 250 i partecipanti con diritto di voto. (Il mio cartellino da votante era il n. 134 :-)).
Tutta questa gente è presa dalla frenesia di studiare, contare, controllare, verificare, ricercare, indagare, migliorare. La domanda ricorrente nei lavori è: Si può fare meglio? e la risposta è sempre: si può e si deve.
Sguardi costernati su alcune slides: il 50% dei pazienti che muoiono in ospedale hanno dolore, il 20 un dolore insopportabile.
Ancora: il 95% dei pazienti vorrebbero morire a casa, solo un 40% ci riesce al nord, mantre al sud ce la fanno quasi tutti, ma in compenso sono assisititi in maniera scarsa.
Il 27% delle famiglie ricorre a tutti o alla maggior parte dei risparmi per assistere il morente. La percentuale è più alta al sud.
Il 27% delle persone che assistono un morente è costretta a lasciare il lavoro per poterlo fare, ed un altro 20% deve cambiare lavoro per lo stesso motivo.
Un familiare su 4 non è contento di come medici e infermieri hanno assistito il parente morente, ed ha il coraggio di affermarlo. Siamo convinti che almeno altrettanti siano gravemente insoddisfatti ma non se la sentano di dirlo chiaramente.
Al sud l'assistenza infermieristica ai morenti è in gran parte reperita dalle famiglie a pagamento.
Ovunque in Italia per i morenti si pagano le badanti.
L'80 % dei morenti in terapia intensiva per motivi cardiologici o respiratori vierne sottoposto NELL'ULTIMO GIORNO DI VITA a manovre invasive e/o cruente palesemente inutili. Tipo: sta morendo, facciamogli un prelievino per vedere quanti globuli bianchi ha. Sta morendo, mettiamogli un sondino naso gastrico. Sta morendo, ha i polmoni pieni di cancro, rianimiamolo, poi domani lo rianimiamo un'altra volta, poi fra tre giorni: così vive una settimana in più. Ma che bella settimana, eh? Però, se non lo facciamo, che diranno i parenti? Che lo abbiamo fatto morire! E ci chiedono i danni. Quindi!!! Quindi.
Andiamo meglio con la morfina, ma mica tanto. L'ultima circolare d